Luciano Pignataro • Wine&Food Blog

Il 2019 è l’anno del Vino Rosa Italiano. I sei consorzi che rappresentano i principali vini rosa italiani (Bardolino Chiaretto, Valtènesi Chiaretto, Cerasuolo d’Abruzzo, Castel del Monte Rosato e Bombino Nero, Salice Salentino Rosato e Cirò Rosato) hanno unito le forze e dato vita a Rosautoctono, il nuovo Istituto del Vino Rosa Autoctono Italiano nato a Roma il 26 marzo.

“Vino Rosa” è la definizione ratificata dall’Istituto, che riassume le diverse identità dei territori del Chiaretto gardesano, del Cerasuolo abruzzese e del Rosato pugliese e calabrese, tutte fondate su vitigni autoctoni.

In Italia i vini rosa si declinano in diverse sfumature. Ciò che accomuna questa tipologia, però, è la diffusa considerazione che si tratti di un vino divertente, fresco, immediato, adatto ai momenti di svago e ai palati meno esigenti, una sorta di ibrido tra bianco e rosso scelto prevalentemente dalle donne e bevuto rigorosamente d’annata e solo d’estate, preferibilmente ghiacciato. Anche nei ristoranti più blasonati non è raro imbattersi in carte dei vini con centinaia di referenze di ogni provenienza, ma quasi prive di rosa. Ma perché vengono così snobbati in Italia? Una delle ragioni dell’insuccesso va sicuramente ricondotta a quei tanti (troppi) produttori che decidono di fare rosato semplicemente per completare una gamma, come scelta aziendale, con un’uva qualunque, in un territorio qualunque, con uno stile qualunque, basta che abbia un colore accattivante e che sia fresco e fruttato.

Eppure il rosato, quando realizzato con cognizione di causa, è un vino di grande carattere e fortemente identitario, che ricopre una posizione assolutamente propria e definita nella scelta a tavola.

A credere da sempre nei vini rosa sono gli abruzzesi, che hanno reso il loro Cerasuolo un vino tutelato da una denominazione creata appositamente: la prima ed unica completamente dedicata ad un rosa.

Il Cerasuolo è una tipologia di rosa che riesce a legare la contemporaneità al passato e alla lunga tradizione vitivinicola regionale, sorprendendo spesso per la straordinaria longevità e complessità. Questo ruolo è stato messo in evidenza dall’importante degustazione organizzata dal Consorzio di Tutela Vini d’Abruzzo al Vinitaly, condotta da Antonio Boco e Paolo De Cristofaro: otto vini di otto aziende differenti, per un viaggio indietro nel tempo di quarant’anni.

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Cersauolo d’Abruzzo Baldovino 2015 – I Fauri:

Ancora Colline Teatine, ma stavolta ci spingiamo fino a Chieti dove Luigi e Valentina Di Camillo coltivano 35 ettari vitati tra la Maiella e l’Adriatico. Il loro Baldovino sa di arancia rossa e pane tostato, con un’interessante nota affumicata ad arricchire il frutto ed un bel sorso pieno dal finale sapido.

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